
Un approfondimento a cura della Dott.ssa Linda Anzaldi,
Coordinatrice pedagogica didattica della Fondazione Scuole d’Infanzia Novaresi
Quante volte da piccoli ci siamo sentiti dire: “Non piangere!”, ma anche: “Non piangere, ormai sei grande!”?
Il pianto è uno dei principali mezzi di comunicazione dal primo istante in cui veniamo al mondo, è l’unico mezzo di dialogo con la madre e/o la figura di riferimento nei primissimi periodi dopo la nascita. Il pianto è un modo per esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni e quindi ha una funzione preziosa.
Durante la crescita serve anche per scaricare, ansia, tensione e dare forma alle prime emozioni e sentimenti che irrompono nella vita affettiva come un fiume in piena. Se queste riflessioni possono orientare, allora possiamo immaginare alcune azioni concrete per accogliere il pianto dei nostri bambini e quindi per comprenderne le ragioni agendo di conseguenza, non perdendo l’occasione preziosa di ascoltare i nostri figli per conoscerli più a fondo, sostenendoli nella crescita.
Se un bambino piange c’è sempre una ragione
Se un bambino piange c’è sempre una ragione: di fronte al pianto la prima cosa da non fare è inibirlo o fare in modo che cessi prima possibile, perché così non riusciremo a comprendere ciò che il pianto vuole comunicarci, soprattutto quando nel bambino non è ancora comparso il linguaggio.
Ascoltare il pianto e accoglierlo
Ascoltare il pianto, accoglierlo e fare delle ipotesi sul perché, è il comportamento che una mamma “sufficientemente buona” e in generale un adulto capace di sostenere la crescita di un bambino, mette in atto.
Fin dai primi momenti dopo la nascita, quando il neonato piange, come spesso capita a volte in modo snervante, mantenere la calma e contenere con l’abbraccio, il contatto fisico, parlandogli è il modo migliore per consolarlo: “Stai piangendo… Sì sì, hai ragione, la mamma è qui vediamo cosa c’è che non va… c’è il pannolino da cambiare?” oppure:“Hai fame? É l’ora della pappa! Adesso ci prepariamo e mangerai”, o ancora: “La mamma è qui, forse hai mal di pancia… Adesso con massaggi e coccole starai meglio”.
Sono semplici esempi, ma fondamentali nella costruzione di un dialogo che fonda non solo una buona relazione con la figura primaria, ma anche con se stessi e con il mondo. Quando la stanchezza ha la meglio sulla mamma, è bene farsi aiutare da papà o da altre figure che possono supportare.
Il pianto: un prezioso strumento di comunicazione
Con la crescita dovrebbe evolvere nei bambini la soglia di sopportazione della frustrazione, così come la capacità di attendere affinché un proprio bisogno sia soddisfatto. Ecco perché è molto importante decifrare il pianto e fin da subito accoglierlo come prezioso strumento di comunicazione, affinché non diventi da parte del bambino uno strumento di ricatto per impedire invece il dialogo. Se un bambino nella fascia 3-6 anni per esempio vuole un dolcetto ma è quasi ora di cena e la mamma decide di non darglielo, Il pianto del bambino sarà indice di frustrazione, dispiacere e rabbia. È una risposta coerente e sana al “no” dell’adulto che quindi va accolta: “Hai ragione sei arrabbiato, ho capito che vorresti il dolcetto! Ma fra poco ceniamo e il dolcetto potremmo mangiarlo dopo cena non adesso, altrimenti la tua pancia si riempie subito e non c’è spazio per altri cibi buoni che ti fanno bene”.
Se a volte è difficile sopportare il pianto dei nostri bambini e richiede impegno pazienza, tenere ferma la propria posizione, la “postazione di adulto” che sa reggere il pianto del proprio bambino, dà sicurezza ai bambini, ci fa essere per loro una “base sicura”, anche nello scoprire emozioni come la rabbia.
La frustrazione come motore del processo di apprendimento del bambino
La tendenza degli adulti ad eliminare la frustrazione o situazioni di sofferenza nel proprio bambino, a rimuovere tutto ciò che è negativo rischia di eliminare ciò che invece crea argini simbolici, confini e limiti che permettono che l’identità dei nostri bimbi sia costruita.
In altre parole rimuovere ciò che crediamo crei nei bambini frustrazione, dispiacere, sofferenza in modo che tutto sia trasformato in gioia e piacere, alimenta un senso di onnipotenza che normalmente è presente nei bambini nelle prime fasi di crescita, ma che successivamente deve essere sostituito dalla capacità di vedere ed esaminare la realtà e di scoprire i propri limiti.
La frustrazione o le situazioni di sofferenza (a misura di bambino e pertanto tollerabili) rappresentano uno dei motori del processo di apprendimento insieme alla gioia e al piacere, permettendo ai bambini di scoprire di non potere del tutto controllare la realtà e che la relazione con il mondo è anche mediazione e negoziazione.
Consolare senza eliminare sempre la fonte della frustrazione, ascoltare il pianto non rispondendo sempre e subito all’istante ad un bisogno espresso, aiuta i nostri figli a vedere oltre, a decentrarsi, ad essere in ascolto delle proprie emozioni, costruendo così un contatto autentico con il proprio sentire e quindi anche con le emozioni e i sentimenti dell’altro.
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