
Un approfondimento a cura della Dott.ssa Linda Anzaldi,
Coordinatrice pedagogica didattica della Fondazione Scuole d’Infanzia Novaresi
Riprendere contatto con la propria infanzia
Diventare mamma e papà, lo ripeto spesso, è una grande occasione anche per riprendere contatto con la propria infanzia, con il/la bambino/a che siamo stati. Al contempo ci richiede di essere solidi nella “postazione” di adulto, saldi nel non confonderci con i nostri figli e nel riconoscere che i nostri bisogni di genitori non sono i bisogni dei nostri figli. Questo mi sembra oggi uno dei compiti genitoriali più complessi, che spesso getta l’adulto nella confusione e nell’incapacità di riconoscere e mettersi in ascolto davvero dei propri figli.
Molto spesso e inconsapevolmente chiediamo ai figli di aderire e soddisfare le nostre aspettative ideali di genitori e per questo rischiamo di crescerli come piccoli adulti.
Organizziamo il loro tempo con agende fitte d’impegni: già la scuola scelta di solito ha un’offerta formativa arricchita di tante attività ed esperienze, ma anche i pomeriggi rischiano di essere interminabili con attività pomeridiane extrascolastiche e la quasi assenza di tempo libero. Ci si dimentica che i tempi dei bambini non sono e non possono essere quelli degli adulti.
Lo spazio-tempo per il gioco non strutturato, all’aperto e autogestito, per il corpo e la libera espressione di sé, per lo sviluppo del gioco simbolico che è uno dei motori principali per apprendere e rielaborare le esperienze dal punto di vista emozionale, è ridotto al minimo o quasi assente.
L’esperienza della noia è praticamente inesistente. La noia è ancora oggi una delle condizioni preziose capace di promuovere creatività e desiderio: quando tutto è troppo organizzato e pieno non si può più inventare e desiderare.
Lasciamo troppo spesso che i nostri figli a soli tre, quattro, cinque anni scelgano e decidano, convinti di fare loro piacere, di farli sentire protagonisti e valorizzati. Ci sono bambini a cui viene chiesto che cosa gradiscono per cena, o dove vogliono trascorrere il weekend o addirittura di scegliere la scuola da frequentare. Queste sono domande che un adulto rivolge ad un proprio pari. Spesso i bimbi danno delle risposte, ma poi cambiano idea in modo repentino o non sembrano contenti della scelta fatta.
Il ruolo guida dell’adulto
L’adulto che sceglie e guida dà un senso di sicurezza soprattutto ai bambini della fascia 0-6, sicurezza necessaria per costruire e strutturare l’identità e fa sentire i propri figli capaci di vivere a loro misura. Si può scegliere, se un bambino di tre anni lo richiede, che vestito indossare al mattino tra due scelte selezionate già prima dal genitore, anche su cosa mangiare è efficace al massimo fare scegliere tra due opzioni di piatti.
Questa modalità rassicura perché non getta il peso della responsabilità della scelta sul bambino, che avrà l’occasione e potrà allenarsi a lungo nella vita, promuovendo e sviluppando la competenza di sapere decidere, propria dell’età adulta, perché “decidere” (dal latino de-caedo) significa “tagliare via” perdere quindi sempre una parte, operazione complessa per un bambino di tre anni. È come quando il pilota di un aereo guida e sa dove andare e i passeggeri (nonostante per alcuni il viaggio sia fonte di ansia), si sentono in qualche modo rassicurati. Che cosa accadrebbe se il pilota si rivolgesse ai suoi passeggeri, chiedendo che manovra vorrebbero che facesse o dove dirigersi? Certamente il pilota non darebbe ai passeggeri la sicurezza adeguata e perderebbe anche di credibilità e forse darebbe l’illusione ai passeggeri davvero di essere in grado di pilotare un aereo o comunque di prendere parte a questa operazione.
I confini di ruolo e la differenza intergenerazionale sono oltre che dati di realtà, strumenti preziosi del processo educativo.
In equilibrio tra protezione e crescita
La vicinanza emotiva ai nostri figli non deve essere scambiata per amicizia né può trasformare i genitori e i bambini in pari, in amici, entrambi adulti o entrambi bambini. In alcuni casi si assiste ad un capovolgimento del ruolo: è il bambino che dice all’adulto cosa fare, ed è l’adulto che implicitamente chiede al bambino di abbassare le proprie ansie e paure. È come se la nascita e la crescita di un figlio fossero sempre più invase dalla necessità di soddisfare delle mancanze e dei vuoti e in generale dei bisogni di noi genitori, o dei bambini che siamo stati.
Le mamme e i papà oggi vivono in un contesto in cui ambizione, prestazione e competizione sono elementi costitutivi del tessuto socio-culturale attuale. Nell’immaginario dei genitori la crescita è segnata dal benessere e dalla spensieratezza, dall’entusiasmo e dalla gioia di un’infanzia che rischia di essere idealizzata e che non lascia alcun spazio al fallimento, alla sconfitta, agli inciampi.
Affrontare le sfide della crescita
Da tempo parlo di un bambino “intoccabile e intangibile” riferendomi al bisogno di proteggerlo dalla frustrazione, dalla sofferenza, dal dolore. Un graffio, una sbucciatura al ginocchio, un morso sono spesso esperienze per alcuni genitori “insopportabili”, si richiede ad educatori ed insegnanti di fare in modo che non accada più, caricando emotivamente tali episodi di un effetto quasi traumatico, immaginato e vissuto solo dal genitore. In questo senso il bambino deve rimanere “intatto”, evitando esperienze che segnino il corpo e che testimoniano che il movimento, lo scontro, l’inciampo fanno parte del crescere.
Troppo spesso incontro genitori disorientati e in ansia perché dopo una fase serena, il proprio bimbo non esce più di casa volentieri per andare a scuola e non si spiegano il perché, sono a caccia di un evento traumatico che possa avere provocato questa difficoltà. Interrogandoci insieme sulla situazione, cercando di dare un significato al comportamento del bambino, si fa spazio in diversi casi all’ipotesi che la vita scolastica per esempio, soprattutto nella fascia 3-6, è una palestra straordinaria per imparare a reggere i primi conflitti, le prime esperienze di inclusione ed esclusione, i primi timori e paure di non riuscire o anche solo la frustrazione di fronte ad alcune piccole regole o vincoli posti dagli adulti di riferimento. Questi aspetti, se accompagnati e compresi, non possono essere esclusi da un sano processo di crescita. Sembra però che sia necessario tendere a rimuovere fatica, difficoltà e sofferenza nella crescita di un bambino, dimenticando che la frustrazione è uno dei principali motori del pensiero e attiva emozioni fondamentali da conoscere e attraversare per allenarsi a vivere.
Benessere e crescita autentica
Promuovere benessere nella crescita dei propri figli non significa dovere stare sempre bene. Fare spazio anche alle emozioni negative, educare al diritto alla sofferenza permette ai nostri bimbi di ricercare la felicità in modo autentico, di assaporare le conquiste, di conoscere se stessi e i propri limiti, di lasciare alle spalle l’onnipotenza infantile, costruendo un’autostima solida e reale.
Ascoltare e dare significato ai comportamenti dei bambini comporta il ricordarsi che i nostri bimbi non si emozionano e non pensano come gli adulti.
È tempo come adulti educanti, tutti insieme, di chiederci ogni volta che stiamo facendo qualcosa, se lo stiamo facendo davvero per i nostri bambini o per noi, per placare le ansie del nostro ruolo affettivo materno, paterno o da insegnante ed educatore. Così distingueremo noi da loro e restituiremo un volto all’infanzia che rischia o di essere adultizzata o annientata in un limbo perpetuo in cui non si cresce mai.
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